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appello. LA GIUSTIZIA COMINCIA DAGLI ULTIMI

  • andreaballi
  • 11 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Da Vicofaro e Ramini l'appello di Don Massimo Biancalani alla città e alle forze politiche.


PISTOIA. In occasione delle prossime elezioni amministrative a Pistoia, sentiamo il dovere di offrire una riflessione che nasce non dalle parole, ma dai fatti; non dai convegni, ma dalle persone incontrate; non dalle paure agitate, ma dalle vite raccolte da terra.

L’esperienza di Vicofaro e Ramini, nel nostro territorio, è anzitutto un’esperienza di Chiesa. Una Chiesa che non si mette alla finestra, che non domanda prima i documenti e poi il nome, che non gira la testa dall’altra parte. Una Chiesa “ospedale da campo”, come l’ha chiamata Papa Francesco: ferita anch’essa, ma capace di fasciare ferite più grandi.

In questi anni Vicofaro ha accolto, assistito, curato centinaia di persone. Persone spesso sole, giovani lasciati ai margini, vite scartate dal sistema di accoglienza del nostro Paese e da politiche migratorie sempre più disumane. Persone che non erano un problema da spostare, ma fratelli da guardare in faccia.

Diciamolo con chiarezza: le politiche nazionali sull’immigrazione, dalla legge Turco Napolitano alla Bossi-Fini, fino a quelle regionali e comunali che hanno preferito scaricare il problema invece che affrontarlo, sono state nel complesso un grande fallimento. Lo sono perché non hanno saputo coniugare giustizia e umanità. Lo sono perché hanno prodotto

esclusione, irregolarità, precarietà, sofferenza.

Anche nei nostri territori servono politiche più attente, più coraggiose, più vere. Non servono slogan. Non servono promesse buone per una campagna elettorale. Serve invece un confronto serio con chi, ogni giorno, conosce i volti concreti di questo fenomeno e ne porta il peso insieme alle persone più fragili.

Ma serve anche memoria. Perché una città che vuole essere giusta non può dimenticare ciò che è accaduto. Alle forze politiche ricordiamo l’inaccettabile decisione di consentire la violazione dei locali della chiesa con l’ingresso della polizia in tenuta antisommossa, quando ormai erano presenti solo pochi ragazzi fragili.

Ricordiamo la scelta di sbarrare gli ingressi della canonica, l’allontanamento di quegli stessi giovani migranti, il respingimento di alcuni di loro. Non fu un atto di ordine. Fu una ferita. Una ferita inferta a persone già vulnerabili, ma anche a tutti coloro che hanno a cuore la giustizia, la carità, il rispetto dei luoghi, il senso stesso dell’umanità. Su questo non si può stendere un velo di silenzio.

E nessuna forza politica può far finta che non sia accaduto.

Come esperienza maturata sul campo, chiediamo alla politica locale un confronto aperto e responsabile su alcuni temi essenziali.

Anzitutto, chiediamo di avviare dei percorsi di accoglienza nei nostri territori che vadano a colmare le falle della legge, promuovendo esperienze pilota di accoglienza in bassa soglia: luoghi semplici, dignitosi, accessibili, capaci di offrire protezione immediata a chi oggi resta fuori da tutto.

Chiediamo il rifiuto netto dei Centri di permanenza per il rimpatrio, i CPR, veri e propri lager del nostro tempo, luoghi di sofferenza e sospensione del diritto, che non risolvono nulla e umiliano tutti.

Chiediamo controlli più stretti sul mercato del lavoro, troppo spesso segnato da sfruttamento, ricatto, lavoro nero e caporalato. Non si può tollerare che persone indispensabili per l’economia del territorio siano poi trattate come manodopera senza diritti.

Chiediamo politiche serie per la casa, perché senza un tetto non c’è integrazione, non c’è dignità, non c’è pace sociale.

La questione abitativa non può essere lasciata all’abbandono o affrontata solo quando diventa emergenza.

Chiediamo una reale sburocratizzazione e facilitazione dei servizi amministrativi comunali, perché troppe volte chi è già fragile si trova schiacciato da procedure incomprensibili, attese infinite, ostacoli inutili. La pubblica amministrazione dovrebbe aiutare le persone a entrare nella legalità, non respingerle nell’invisibilità.

Chiediamo infine che la politica riconosca con onestà il contributo importante che i migranti stanno dando al nostro territorio. Essi lavorano, curano, costruiscono, tengono in piedi pezzi interi della nostra società. Ma soprattutto ci mettono davanti a una scelta: chi vogliamo essere? Una comunità che si chiude e si indurisce, o una comunità che cresce nell’incontro, nella giustizia, nella responsabilità reciproca?

L’incontro con i migranti non è una disgrazia da sopportare, ma un’occasione di crescita per tutti. Perché nessuno si salva da solo, e nessuno diventa più umano respingendo un altro essere umano.

Per questo, in vista delle elezioni, chiediamo ai candidati e alle forze politiche parole e impegni veri. Su questi temi si misura la qualità morale di una città. Non da come tratta i forti, ma da come guarda gli ultimi.

Perché l’immigrazione, prima di essere un problema da governare, è una umanità da riconoscere: e ogni volta che accogliamo una persona, rendiamo più giusta anche la nostra casa.

 

Don Massimo Biancalani

Pistoia, 11.04.202


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