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dal pacini non si scende. DAL CONFRONTO NAZIONALE ALLA VOCE DELLA COMUNITA'

  • andreaballi
  • 28 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Il presidio cresce e rilancia la battaglia per il diritto alla salute


SAN MARCELLO PITEGLIO. Al presidio “Io non scendo” organizzato dall’Associazione Zeno Colò davanti all’ex ospedale Lorenzo Pacini, ieri sera si è svolto un confronto che ha unito territori lontani ma accomunati dallo stesso destino: la progressiva erosione della sanità pubblica nelle aree interne.

Dalla Toscana alla Calabria, dalle Marche all’Emilia-Romagna, il messaggio è stato unanime: la crisi non è un incidente locale, ma il risultato di scelte politiche e strutturali che da trent’anni stanno indebolendo il Servizio sanitario nazionale.


Le voci dal dibattito. Un declino iniziato negli anni ’90

Beatrice Marinelli, del Comitato Pro Ospedali Marche, ha ricostruito la parabola discendente del sistema sanitario:

  • dal modello universalistico voluto da Tina Anselmi,

  • all’“aziendalizzazione” che ha trasformato la sanità in un sistema di costi da tagliare.

Nelle Marche, ha ricordato, 13 ospedali sono stati chiusi “nottetempo”, con un tratto di penna, lasciando intere comunità senza servizi essenziali.


Il caso Calabria: bilanci “farlocchi” e territori abbandonati

Il medico Tullio Laino, già dirigente dell’ASP di Cosenza, ha smontato l’idea che la fine del commissariamento rappresenti una svolta:

  • la regione resta nel piano di rientro,

  • i bilanci sono “farlocchi”, basati su metodi deduttivi e non analitici,

  • il criterio degli “ospedali di zona montana” è stato definito una “conclusione farlocca” che riduce i presidi a semplici punti di smistamento verso i grandi centri.


Laino ha presentato la proposta di legge popolare del Comitato “La Cura”, che chiede un’azienda ospedaliera unica regionale per i territori montani, per restituire dignità clinica a presidi come Acri o San Giovanni in Fiore. Oggi, ha ricordato, oltre 110.000 cittadini vivono in una condizione di “deprivazione sanitaria”.


Formazione e personale: il paradosso italiano

Il medico e sindacalista Roberto Pieralli ha contestato la narrazione della “mancanza di medici”:

  • il problema non è il numero, ma come vengono formati e distribuiti,

  • le graduatorie nazionali spediscono i giovani a 2000 km da casa,

  • nei territori montani si assiste a una desertificazione del personale.

Ha denunciato anche l’assurdità dei “doppi mandati”, con un solo medico costretto a coprire contemporaneamente 118 e pronto soccorso.


Una legge nazionale per la montagna

Il senatore Nicola Irto ha annunciato il deposito di una proposta di legge dedicata alla sanità di montagna, con l’obiettivo di:

  • riconoscere presidi potenziati nelle aree disagiate,

  • garantire fondi strutturali,

  • introdurre incentivi per il personale che sceglie di lavorare in questi territori.


Europa e tagli: la denuncia di Emiliano Morrone

Il giornalista Emiliano Morrone ha collegato lo smantellamento della sanità ai vincoli europei di bilancio, dal Trattato di Maastricht al Fiscal Compact. La sua provocazione ha colpito il pubblico: “Troviamo miliardi per il riarmo, ma non per garantire la vita dei cittadini nelle aree periferiche.”


Il caso Pacini: “Se vale altrove, deve valere anche qui”

Il confronto si è acceso sul mancato riconoscimento del Pacini come ospedale di area disagiata. Bernard Dika, sottosegretario della Regione Toscana, ha dichiarato: “Se la regola vale in altre zone della Toscana, deve valere anche per San Marcello. Non accettiamo due pesi e due misure.” Alessandro Capecchi, consigliere regionale, ha chiesto trasparenza sui criteri adottati dalla ASL. Simone Ferrari, Associazione Zeno Colò, ha respinto ogni ipotesi di “progetti pilota”: “Spesso nascondono tagli. Vogliamo investimenti veri, non parole al vento.”

La conclusione condivisa è stata netta: il diritto alla salute non può dipendere dal codice postale.


Il presidio continua: la voce della comunità


Intanto la tenda davanti al Pacini resta attiva giorno e notte. La testimonianza di Fabiola Arcangeli racconta meglio di qualsiasi dato cosa significhi questa mobilitazione:

“In quattro ore ho visto un via vai continuo: medici, ambulanze, volontari, persone venute dal piano per visite che cercavano l’ingresso.

Abbiamo raccolto oltre 200 firme. Anziani col bastone, cittadini che portavano pasticcini, persone che non si conoscevano e hanno fatto amicizia. C’è chi non crede più nella politica, ma questi giorni sono importanti: diamo un segno, una firma, per dire grazie a chi da anni porta avanti questa battaglia.”


Il presidio cresce, si rafforza, si radica. E la montagna, ancora una volta, dimostra di non voler scendere.

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