top of page

prato. IL VESCOVO FA UN PASSO. MA IL RISCHIO E' CHE SIA UN INCIAMPO

  • andreaballi
  • 13 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Monsignor Nerbini lancia l'idea di una "Consulta degli stranieri"



PRATO. Mons. Nerbini, stavolta, ha detto una frase che pesa: “senza legalità non esiste lo Stato”. E ha fatto una cosa che a Prato mancava da tempo: ha rimesso insieme due parole che la città, per comodità o per paura, ha spesso tenuto separate — legalità e accoglienza.

Un passo in avanti, senza dubbio.

Poi ha fatto un invito: andare oltre lo scontro ideologico. Ma a Prato, più che uno scontro ideologico, c’è spesso un intreccio di interessi e di rimozioni. Per questo, prima ancora di “andare oltre”, serve chiamare le cose per nome: la città non è arrivata qui per caso, e le responsabilità politiche — nel tempo — esistono e vanno guardate in faccia.

È però quando lancia l’idea di una “Consulta degli stranieri” che quel passo in avanti rischia di inciampare. Per due motivi.

Il primo è di contesto. Sulla carta può sembrare uno strumento utile in una città dove una parte importante della popolazione è straniera. Ma il contesto pratese non è neutro: l’illegalità è troppo diffusa, e le comunità troppo spesso restano chiuse, perché si possa pensare a un “tavolo” senza prevederne i rischi.

A Prato, i tavoli possono diventare filiere di potere — la criminalità organizzata c’è, non è un invenzione ideologica di una parte politica — più che strumenti di integrazione. Per cui, il pericolo è duplice e assai reale: che parlino i più forti (o i più organizzati) e che nascano lobby di interessi — permessi, graduatorie, case, agevolazioni — invece di aprire davvero le comunità e responsabilizzare i singoli.

Se anche solo se ne volesse discutere seriamente, una Consulta dovrebbe nascere con un perimetro rigidissimo e verificabile: doveri prima dei diritti, lingua, regole condivise, trasparenza, rappresentanza reale, rotazione, controllo pubblico. E soprattutto un principio semplice: pari diritti per chi dimostra pari doveri. Non corsie preferenziali per appartenenza etnica — né automatismi “umanitari” che diventano varchi — ma cittadinanza concreta dentro lo Stato italiano.

Il secondo motivo è più delicato. Quando un Vescovo propone un dispositivo istituzionale, entra inevitabilmente nel terreno della politica. Nulla di scandaloso. Ma proprio per questo, su un tema così sensibile, sarebbe servita maggiore prudenza: perché una proposta “buona” sulla carta, in un contesto fragile e permeabile, può produrre effetti opposti a quelli desiderati e diventare — nei fatti — un fattore di divisione.

Infine, resta il nodo decisivo che continua a stare sullo sfondo.

Prato oggi non vive solo un problema di “integrazione”. Vive anche — e soprattutto — un problema di economia illegale e di poteri che agiscono ai margini o fuori dallo Stato: filiere opache, soldi, intimidazioni, distretti paralleli, zone grigie.

Su questo serve una parola altrettanto netta verso la città e verso la politica, perché senza la capacità di richiamare tutta la verità che dal territorio emerge si rischia la consolazione, non la cura. E in una democrazia già sotto pressione, anche il tema della rappresentanza — e, in prospettiva, del voto — non può essere trattato con leggerezza. Il Vangelo tuona e non lo permette.

Se davvero “senza legalità non esiste lo Stato”, allora la città ha bisogno di una convergenza alta: etica e spirituale, civile e istituzionale. E di prese di responsabilità vere sullo stato di fatto in cui Prato è stata lasciata scivolare. Da parte delle istituzioni repubblicane, certo — coi partiti in prima battuta.

E anche da parte della Chiesa diocesana, con la stessa franchezza, chiedendo che a Prato legalità e accoglienza siano davvero convergenti, e non un alibi reciproco perché nulla cambi.

Accoglienza senza legalità è retorica, legalità senza responsabilità è impotenza.


Filippo Boretti

Commenti


bottom of page