IL SILENZIO CHE NON MERITIAMO
- andreaballi
- 1 minuto fa
- Tempo di lettura: 3 min
L’ultimo saluto a Paolo Cerretini e la domanda che Pistoia non può più evitare: dove siamo quando conta davvero?

PISTOIA. Ci sono funerali che raccontano una vita. E ce ne sono altri che raccontano una città.
Quello di Paolo Cerretini, morto solo in casa a 48 anni, appartiene alla seconda categoria. Non perché Paolo non meriti un ricordo grande — lo merita eccome — ma perché la sua cerimonia funebre, con meno di trenta persone presenti, è diventata lo specchio di una comunità che applaude sui social e si assenta nella realtà.
Paolo aveva 10.000 persone che lo seguivano ogni giorno. Diecimila cittadini che guardavano le sue cartoline, le sue foto, i suoi ritocchi cromatici, le sue ricostruzioni della Pistoia che fu. Diecimila persone che dicevano “grazie”, “che meraviglia”, “sei un patrimonio”.
Eppure, al momento dell’ultimo saluto, non c’erano.
La solitudine di una chiesa vuota
Alle 8:45, nella chiesa dell’Arciconfraternita della Misericordia, c’erano dieci persone. Poi venti. Alla fine, una trentina. Una giovane che piangeva in silenzio. Un parente in carrozzina, accompagnato dai volontari della Misericordia. Un sacerdote sudamericano che ha celebrato con dignità. E un solo volto noto: Giorgio Federighi, che ha scritto parole che dovrebbero essere scolpite: “Tutti i funerali sono tristi. Quello di Paolo, per me, lo è stato ancora di più. Morto solo in casa a 48 anni. Non lo conoscevo di persona, ma la sua raccolta splendida e sterminata lo rendeva concittadino onorario e pregevole di tutti noi. Ora, a chi di dovere, l’onere e l’onore di conservarne dignitosamente la memoria.”
Nessun assessore. Nessun consigliere. Nessun sindaco della provincia. Nessuna istituzione.
Solo silenzio.
La città dei “like” e delle assenze
Il racconto di Hill Merendero è impietoso. E non perché sia duro, ma perché è vero.
La città che si commuove online, che scrive messaggi accorati, che si indigna, che promette, che ricorda, non si presenta quando c’è da esserci davvero.“Il piro di Tristoia è così: presente a parole, assente nei fatti.”
E non è la prima volta. Lo abbiamo visto con altri giganti culturali. Lo vediamo ogni giorno nei musei chiusi, nelle memorie trascurate, nei centri storici svuotati.
La solitudine del funerale di Paolo somiglia alla solitudine culturale di Pistoia. Una città che ama la propria storia solo quando non costa fatica.
Un patrimonio che non possiamo perdere
Paolo non era solo un collezionista. Era un archivista della memoria visiva di Pistoia. Un custode. Un divulgatore. Un uomo che ha trasformato la nostalgia in cultura condivisa.
Per questo, oggi, la domanda è una sola: che ne sarà del suo archivio?
C’è chi propone una S. Messa di suffragio a settembre, quando la città sarà tornata dalle ferie. C’è chi, come Iacopo Bojola, annuncia che è già allo studio un progetto da presentare alla Dirigente e all’Assessore per creare uno spazio dedicato — alla Biblioteca Forteguerriana o al Palazzo dei Vescovi — dove esporre e custodire il patrimonio che Paolo ha raccolto in una vita.
È un dovere. Non un gesto di cortesia.
Il silenzio che non meritiamo
La morte di Paolo Cerretini ci lascia un’immagine che non possiamo ignorare: una bara che esce da una chiesa quasi vuota, mentre migliaia di persone che lo hanno seguito per anni non sono lì.
Non è solo un dolore. È una responsabilità.
Paolo se n’è andato come ha vissuto: con discrezione, con timidezza, con amore per la città. Ma la città, questa volta, non ha ricambiato.
E questo silenzio, più che un lutto, è una lezione.
Una lezione che Pistoia non può permettersi di dimenticare.



Commenti